È sempre 26 maggio

Ci sono giorni che non sono come gli altri, ci sono giorni che ti regalano l’immortalità, giorni che profumano di leggenda, giorni che ti fanno amare la vita più del solito, giorni che sai rimarranno scolpiti nel tuo cuore e in quello di altri come te. Pazzi, per alcuni. Ancora bambini, per altri. Semplicemente innamorati. Fedeli a un’idea, devoti a un simbolo e a una storia. Giorni che diventano date che portano con sé eventi che rimangono nei nostri cuori e li fanno pulsare a velocità doppia rispetto all’ordinario. E già prima della mezzanotte cresce il brivido, l’adrenalina ti invade, si gonfia e dilaga come il mare battuto dal vento e alimentato dalle onde che si alzano impetuose. Momenti in cui le differenze diventano evidenti e le qualità risaltano sulla quantità. Noi baciati dalla sorte che ci ha voluto Laziali, scelti per tramandare un ideale che anima la Capitale da oltre un secolo, vestiti di colori celesti e stretti sotto l’egida di un simbolo sacro. Noi che sappiamo da dove veniamo, noi che sappiamo dove indirizzare chi muove i primi passi, noi che conosciamo origini e identità. Non confusa aggregazione, massa informe alla costante e spasmodica ricerca di un pastore che funga da guida. Questo giorno non è solo il ricordo, è la celebrazione di un prima e di un dopo, del solco scavato dalla storia. Sì, il 26 maggio è per sempre: come un diamante che rimane incastonato nel percorso delle nostre esistenze. Il 26 maggio è Laziale. Il 26 maggio è la nostra affermazione, è la sentenza sulle gerarchie capitoline: irreversibile e inappellabile. Il 26 maggio è la “loro Hiroshima”, le loro macerie, il crollo delle loro illusioni, della loro tracotante prosopea. La nostra totale vittoria. Il 26 maggio è il giorno in cui Roma ha ribadito che loro sono un corpo estraneo alla città, alla sua storia, alla sua tradizione, alla sua cultura millenaria. Il 26 maggio è stato un rito pagano, la sfida tra due modi di vivere e intedere la propria esistenza e la città stessa. Il 26 maggio torna ogni anno e ci ricorda che quel giorno, del 2013, è il punto più alto che si potesse toccare. Non è solo un trofeo, non è solo un derby, è la traduzione in fatti di quello che è sempre stato. La Lazio regna. Lei che attraversa i vicoli di Roma da 118 anni, lei fede inscalfibile e imperitura, forza di ribellione al sistema del pensiero unico, amore che rompe gli argini e non cede il passo a chi la vorrebbe relegare ai margini di una città che le è appartenuta, le appartiene e sempre le apparterrà. Canto che invade il cielo dell’Urbe, che si fonde con ponentino di maggio e ci ricorda quanto è bello essere noi. Il 26 maggio non è una festa, non è solo il ricordo di un gol, non è solo Lulic che diventa eroe e incubo, il 26 maggio è qualcosa di più: probabilmente inspiegabile. Ma il 26 maggio, forse, come la Lazio, semplicemente è.

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