Volantini da evitare e infamie taciute

Proviamo a fare un’analisi seria, scevra da ipocrisie e senza filtri morali. Il volantino apparso in Curva Nord, ieri sera, ha fatto discutere, vietare le prime 10 file alle donne è -in questo momento storico ancor di più- un autogol. Non a livello d’immagine, abbiamo capito che l’immagine che viene emessa all’esterno, alle curve non interessa, interessano i loro codici, le loro rivalità, le loro storie. Cosa pensano i giornali, Twitter, il mondo fuori, interessa fino a un certo punto. Ma cacciare le donne dalle prime file è un autogol concettuale. Mi spiego: su che base viene emessa la sentenza di bando? Perché in passato alcune donne non hanno rispettato certi codici di comportamento? E gli uomini lo hanno sempre fatto? Non hanno mai sbagliato? E allora perché non sono stati cacciati? Privarsi delle donne, vuol dire privarsi di Laziali. La Lazialità è un sentimento che non si misura dal proprio organo sessuale, ma dal proprio cuore. La Lazio è per uomini, per donne, per giovani, vecchi, scolari, avvocati, medici, disoccupati. Non ha barriere. E’ nata con questo intento, è nata per dare a tutti la possibilità di fare sport, per rompere le barriere che tagliavano fuori molti giovani dai circoli sportivi. Quindi, l’esclusione non è un concetto che può appartenerci. Va escluso chi si macchia di colpe infami, non chi ha la “colpa” di essere donna. La Curva Nord ci ha dato e ci darà grandissime soddisfazioni: quanti di voi si sono vantati delle scenografie in derby e finali? Quanti di voi si sono vantati per le raccolte alimentari e di fondi per i terremotati? Quanti di voi si sono alimentati di cori e sfottò? Stavolta hanno sbagliato. Si sono resi protagonisti, a parer mio, di una stupidaggine. Di un gesto che voleva essere una cosa e si è tramutata in un’altra. Le battaglie per i diritti delle donne sono una cosa seria, serissima. Su certi argomenti bisogna avere una sensibilità particolare, tenendo conto del peso che certi gesti possono avere. Chi scrive non si trova d’accordo con quei volantini. Non lo nascondo. Ma, ma. Vorrei una volta commentare i fatti di casa mia senza dire ma. Perché una volta che il volantino è stato diffuso sui social si è scatenata la solita retorica ipocrita e ridicola che tanto piace a questo Paese.

I primi a gonfiare il petto additando la curva Laziale del solito razzismo becero sono stati molti tifosi dell’AS Roma. Bene. Ricordiamo loro che appartenenti alla curva sud si sono resi protagonisti di ben 41 casi di aggressione con feriti negli ultimi 19 anni. Attentati alla vita delle persone che hanno portato a 90 feriti e un morto (Ciro Esposito). Sembrano i numeri di un attentato e invece sono i numeri inerenti a una sola curva, che viene coccolata e protetta dai media. Daniele De Santis, l’assassino di Ciro, viene continuamente sostenuto da una frangia consistente di quella curva, eppure questa indignazione non l’abbiamo mai riscontrata. Capiamo che le redazioni ormai hanno deposto il dovere giornalistico, anteponendolo alla propria fede calcistica, ma qui siamo oltre ogni forma di decenza. Un volantino  non costringe in ospedale padri di famiglia, non obbliga madri a organizzare funerali.  Non vogliamo fare il gioco del “voi avete colpe maggiori delle nostre”. Vogliamo sottolineare quanto sia squallido il modo di raccontare fatti che hanno, comunque, un peso diverso. Il solito atteggiamento da due pesi e due misure. Questo è un punto centrale, un punto che deve essere chiaro a tutti. Oggi molti si scatenano a suon di “Choc in Curva Nord”, di “Volantini aberranti”, di “vergogna”. Non ci meraviglia. E sul fatto che di quei volantini non si sentisse alcun bisogno siamo d’accordo. Anche perché danno la stura a chi non vede l’ora di spalare sterco sulla Lazio. E sono tanti. Tanti e col fucile puntato e ben calibrato a seconda del bersaglio.

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Ora si parla di “Choc in Curva Nord”; ma -in occasione dell’aggressione a Sean Cox- si parlava di “Blitz di ultrà romani”, di “scontri tra tifosi”, di “tifoso del Liverpool in coma”. Da nessuna parte si leggeva choc, non si leggeva “aberrante”, non si leggeva “vergogna”. No. Lì la cronaca fu spicciola e pure un po’ ovattata. I media proteggono la Roma e i suoi tifosi. Sono i loro figli prediletti, da coccolare sempre. Così le loro viltà vengono ridimensionate o taciute. Come è stato per gli striscioni, le scritte, i cori anti-Paparelli. Una vergogna ripetuta, senza precedenti in altre parti del mondo, una padre di famiglia assassinato da un membro di una tifoseria che e dopo 40 anni viene ancora vilipeso da beceri idioti compagni di fede calcistica dell’omicida. Così come è ridimensionato il loro antisemitismo, il loro razzismo, le loro porcherie. Questo vuol dire schierarsi. Vuol dire venir meno ai principi deontologici che ispirano questo mestiere, vuol dire fare male il proprio mestiere. I giornalisti che oggi ci dicono che le donne sono un esempio di fedeltà e attaccamento alla propria squadra (e di base hanno ragione) tacevano e tacciono di fronte alle malefatte di altri. I paladini del femminismo ignorano le donne nelle loro redazioni, le sfruttano, relegandole a posizioni di retroguardia e con stipendi miseri. Quante donne sono direttrici di tg o quotidiani nazionali? Nessuna. La donna, per loro, può dirigere al massimo il rotocalco scandalistico. Ma siamo abituati a questa vergogna e proprio perché lo siamo dovremmo evitare di darci la zappa sui piedi. Perché a rimetterci è sempre la Lazio che viene prima di ogni altra cosa.

 

1 Comment on "Volantini da evitare e infamie taciute"

  1. Provo umilmente ad aggiungere una riflessione: ma se il volantino fosse un, magari goffo, avvertimento a chi se porta la donna per fasse i selfie e sentisse più fico nel covo della Nord !!??

    Sarebbe sempre sessista?

    Ps: Complimenti per essere sempre e comunque l’unica cosa leggibile di casa nostra

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