L’aquila “celeste” e la lupa “doppia”: simbologie a confronto

La parola simbolo ha radici antiche, deriva dal greco, come la maggior parte delle parole che formano il lessico della nostra lingua. Il termine σùμβολον aveva il valore di riconoscimento, qualcosa tramite cui identificarsi. La stessa etimologia che assume anche adesso, nel linguaggio del nuovo millennio. Il simbolo è da sempre, quindi, qualcosa tramite cui rivendicare la propria origine e la propria identità. Tramite esso le genti più disparate hanno riassunto la loro tradizione e la loro natura. I popoli antichi, dai greci ai romani, dai nativi d’America ai popoli dell’estremo oriente, hanno fondato le loro culture sulla simbologia e sul culto di un emblema che spesso veniva a raffigurare la divinità principale del popolo stesso. Con il passare dei secoli e con il progresso che l’uomo è stato in grado di mettere in atto, la tradizione simbolica ha perso valore. Oggi difficilmente un simbolo è considerato come strumento di riconoscimento e perchè no di aggregazione. Ci sono però dei campi e degli angoli di cultura popolare in cui esso ha ancora un valore fondamentale e uno di questi campi è lo sport. Nel calcio, in particolare, il simbolo riveste tuttora un’importanza centrale. A Roma da sempre città ricca di divisioni e guerre intestine -basti pensare che la storia dell’Urbe comincia con un fratricidio- la venerazione e la contrapposizione di due simboli non poteva che essere marcata e quanto mai interessante. L’Aquila e la Lupa: due animali, due immagini che attraversano da millenni la storia della Città Eterna e che in maniera diversa la rappresentano. L’aquila che spiega le sue ali sul petto dei biancocelesti, è simbolo di regalità, da sempre stemma che rappresenta la fierezza delle parti elitarie dei popoli. La lupa, che invece campeggia nello stemma dei giallorossi, è vessillo di un’anima popolare che ricerca una storia ancestrale per identificarsi.

L’AQUILA – L’Aquila è da sempre, fin da epoche assai remote, simbolo divino. In tutte le epoche e nelle più diverse culture, l’aquila è considerata sinonimo di potenza celeste e il suo valore simbolico è rimasto da sempre invariato, per questo ha carattere tradizionale. La regina dell’aria, con il suo aspetto nobile e con il suo volo maestoso, con il suo guardare occhi negli occhi il sole, ha creato intorno a sé un vero e proprio mito. Fin dalle tradizioni delle genti arie, l’aquila ha avuto attributo “olimpico” e sempre tra questi popoli era considerata incarnazione di gloria che scendeva come forza divina sui sovrani. Secondo gli egizi, solo una parte dell’essere umano era destinata a vita eterna e gloria celeste, il cosiddetto Ba. Questa parte nei geroglifici è rappresentata proprio dall’aquila. Nelle tradizioni indiane, Garunda, è l’aquila che viene cavalcata da Vishnu per sconfiggere il male. Simbolo di Zeus in Grecia, perchè del Cronide rispecchia tutte le caratteristiche: forza, regalità, potenza, divinità. Omero nel libro XXIV dell’Iliade la richiama come simbolo di Zeus che dà il via libera al re troiano Priamo affinchè possa giungere da Achille per recuperare il corpo del figlio Ettore: “Esaudì Giove il prego, e il più perfetto degli augurii mandò, l’aquila fosca, cacciatrice, che detta è ancor la Bruna.“ Anche e soprattutto a Roma, però, il rapace diventa simbolo di potere e prosperità di natura divina. Fin dall’età repubblicana è raffigurata sui vessilli delle legioni: un’aquila d’oro ad ali spiegate che stringeva tra gli artigli una folgore, ennesimo richiamo al padre Giove. Cesare prima e Tacito poi riportano il motto militare secondo cui: “Un’aquila per legione, nessuna legione senz’aquila”, esplicativo del legame che stringeva i legionari al loro simbolo. Uno degli oltraggi più gravi mai fatti alla potenza romana avvenne nel 54 a.c. quando il triumviro Crasso venne sconfitto (e ucciso) nella campagna militare contro i Parti e al suo esercito vennero sottratte le aquile di sette legioni. Con la riforma augustea del potere e il passaggio dalla repubblica all’impero, l’aquila divenne simbolo dell’imperatore e dell’Impero stesso. Ruolo importante il rapace lo assume anche nella cultura cristiana, simbolo di spiritualità è l’immagine che rappresenta l’evangelista Giovanni, considerato quello dotato di maggiore mistica. Dante la richiama nel VI canto del Paradiso. Il canto in cui Giustiniano narra al Sommo Poeta l’intera epopea di Roma, storia che si racchiude nel segno dell’ “Uccel di Dio” che attraversa tutta la storia dell’Urbe e sotto le cui ali da Romolo allo stesso Giustiniano si è compiuta la vita del più grande impero che gli uomini ricordino. Per questi motivi venne scelta dai padri fondatori della Lazio. Simbolo di potenza e prosperità, l’aquila incarna alla perfezione lo spirito di un popolo fiero, che non si arrende neanche agli eventi più drammatici. Simbolo nobile, proprio come si considera la parte biancoceleste di Roma. Una porzione di città che si lega indissolubilmente al suo simbolo e alla sua storia.

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LA LUPA – Questo animale, porta con sé fin da tempi immemori la doppia simbologia di iniziatore ma anche di distruttore. Il lupo è da sempre considerato un animale affascinante e spaventoso allo stesso tempo. Spesso la sua presenza è ricollegabile alla nascita di una civiltà: l’esempio più diretto è quello di Romolo e Remo, ma anche nella cultura Turca c’è una lupa che alleva la progenie e Aristotele riferisce è un lupo a dare alla luce i gemelli Apollo e Artemide. Nella leggenda della fondazione di Roma, Romolo e Remo sarebbero stati allattati da una Lupa che aveva perso i suoi cuccioli, per poi essere trovati e allevati dal pastore Faustolo e dalla moglie Acca Larentia. Si è dibattuto molto sulla natura di questa simbologia. Per alcuni si tratterebbe davver di una lupa. Questo animale infatti tende ad essere molto protettivo, un animale che alleva con dedizione i cuccioli. Altri sostengono, invece, che la lupa altro non fosse che una prostituta. Acca Larenzia stessa, infatti, nella mitologia etrusca, da cui la sua figura deriva, era proprio una prostituta. Non è un caso, poi, che le meretrici a Roma venissero chiamate lupae, da qui il termine lupanare. Cioè quel luogo che noi oggi chiameremmo casa chiusa (Va sottolineato, però, che la prostituzione a Roma non aveva comunque l’attuale accezione negativa). A Roma il lupo era anche considerato simbolo di forza, spesso infatti i generali si rivestivano le corazze con pelli di questo animale prima di recare battaglia. Nella nostra cultura il lupo è visto come simbolo di carestia e vorace avidità. Dante nel primo canto dell’Inferno trova a sbarragli la strada d’uscita dalla selva oscura, tre fiere tra cui una lupa, magra per la sua fame senza fine, simbolo della cupidigia. Nel medioevo l’animale assume caratteri prettamente nefasti, a testimoniarlo c’è il moltiplicarsi di racconti e leggende riguardo i licantropi, cioè i cosiddetti lupi mannari. Nell’immaginario infantile c’è tuttora l’immagine del “lupo cattivo”. Questa paura atavica verso il lupo è dovuta alla sua associazione con il buio, con luoghi senza luce. La gola di questo animale raffigurava l’oscurità da cui passare per arrivare alla luce, ecco ancora la natura ambivalente di questo simbolo. Il lupo e il suo simbolo però soprattutto nelle culture nordiche hanno valenza diversa. In Siberia è considerato sinonimo di fecondità. Nei paesi scandinavi era associato al dio della vittoria Tyr. Un carattere ambivalente e contrastante, da animale simbolo di forza, fedeltà e rinascita a portatore di distruzione e simbolo di avidità e cupidigia, una simbologia difficile da analizzare.

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