Alla scoperta di Correa: talento figlio di Tucumán

El Tucu significa originario di Tucumán, provincia arida dell’Argentina più profonda: il confine col Cile non è poi così lontano, ma soprattutto le città si appoggiano ai piedi delle Ande. La terra è arida, la polvere predomina sulla vegetazione, l’acqua è un bene da preservare. La gente qui ha lineamenti duri, forgiati dal sole d’estate che diventa rovente, fino a raggiungere, in dicembre (nel picco dell’estate argentina) i 33° di media. Le chiese basse e ingiallite dal sole e dalla polvere sono i riferimenti dei piccoli paesi che dissimenano un territorio immenso. El Tucu viene da qui, perché qui si stabilì la famiglia di sua nonna, partita dal Veneto negli anni ’30 in cerca di una vita migliore. E viene da pensare che la Lazio fosse già nel suo destino, se l’occhio cade sulla bandiera della provincia di Tucuman che sembra ricalcare alla perfezione la maglia “away” del club più antico della Capitale: campo bianco e banda centrale celeste.

ESPERIENZE – La stessa che la Lazio indossò nell’anno del suo ultimo scudetto, quando tra le sue fila giocava quel Veron diventato riferimento per il piccolo Joaquin, cresciuto con la maglia dell’Estudiantes. E se vieni su con con quella maglia, allora, il riferimento è per forza JSV. Se ne ammira il carisma, si sognano le sue giocate. Che Joaquin fosse uno con un talento raro, all’Estudiantes, se ne sono accorti subito. Raro come un diamante nato in una terra di sassi. Se accorgono all’Estudiante, ma anche gli osservatori europei e in particolare dell’Inter. El Tucu arriva in Italia quando ha solo 17 anni per un periodo di prova ad Appiano Gentile. Impatto non semplice quello con l’Italia, con Milano, con le nebbie della Brianza. Poca allegria e tanta nostalgia di casa. Tanta da scegliere il ritorno in patria. Ma il talento conosce strade a noi ignote, come la vita trova sempre una strada per venir fuori ed esplodere. La Sampdoria lo nota e lo riporta in Italia. Genova non è Milano, c’è il mare, l’aria è più mite e nei 18 mesi in blucerchiato Joaquin lancia qualche lampo di talento.

ALTI E BASSI– Abbastanza per convincere Monchi e il Siviglia a investire 13 milioni per acquistarlo e portarlo in Andalusia. Qui, El Tucu, fa bene il primo anno, colleziona 34 presenze, segna 8 gol e dà l’idea ai più che, finalmente, quel fiore presente nello scudo della Provincia de Tucùman stia per sbocciare del tutto. Ma il destino non sempre è amico e quello che potrebbe essere l’anno della consacrazione diventa, invece, un anno di difficoltà e travagli e di un’esplosione disinnescata. Colpa di una gestione tecnica fallimentare del club: che allontana Berizzo (malato di tumore), chiama Montella e alla fine Caparros. Correa non fa male, sotto la gestione di Montella è uno dei migliori, segna a Old Trafford nella storica vittoria sivigliana contro il Manchester United negli ottavi di Champions, va in difficoltà quando anche Montella entra in difficoltà. Poi con il successore, Caparròs, sparisce dai radar e gioca solo una gara. Il suo secondo anno spagnolo dice 39 presenze, 7 gol e 7 assist. Non male considerate le difficoltà della squadra.

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NUMERI E IDOLI – Correa è un numero 10, ma è un fantasista che sa usare pure la sciabola: gli otto cartellini gialli dello scorso anno lo testimoniano. Tratta la palla con i guanti, ma non disdegna la battaglia. Il dna argentino non si reprime. Veron e Riquelme erano i suoi idoli, anche se agli inizi il paragone era soprattutto con Kakà, per via di quella capacità di partire in progressione veloce ed elegante, una progressione in smoking bianco. Joaquin è un 10 che ama il numero 11, un numero che alla Lazio vuol dire soprattutto gol: Signori e Klose vi dicono qualcosa? El Tucu dovrà abbinare i gol, all’assistenza. Ispiratore di un gioco d’attacco. La Lazio lo ha convinto subito, persuaso dallo stile di gioco di Inzaghi, dagli oltre 100 gol dello scorso anno, dalla rinascita di Luis Alberto. El Tucu arriva a Roma per sbocciare e rivelare a tutti un talento immenso. Per brillare come un diamante nato in una terra pietrosa. Raro come il suo piede destro.

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